La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

L'attrezzatura

Le mosche


Le mosche valsesiane sono in genere descritte come delle semplici sommerse, ma non è affatto così, credo che questo sia uno degli errori più comuni che si incontra leggendone sui libri o sentendo le descrizioni di chi non sa nulla della pesca a mosca valsesiana. In realtà sono mosche che variano a seconda dell’insetto da interpretare per forma, colore, dimensione e tipo di piuma con cui sono costruite. La morfologia delle acque valsesiane quasi tutte a carattere torrentizio, l’attenta osservazione dei pesci che le popolano , in rapporto alla loro alimentazione, sono i fattori che determinano la scelta di queste particolari mosche. Non sono una imitazione perfetta di un determinato insetto presente in quella stagione, in quel corso d’acqua, , in quel momento, ma l’impressione di esso. Questo è il punto focale la geniale intuizione, a mio parere, che sta alla base della pesca a mosca valsesiana. L’imitazione perfetta di un insetto richiede spesso, per la costruzione, l’impiego di materiali che contribuiscono senza dubbio a raggiungere lo scopo, ma non simulano la vitalità che invece una rappresentazione più semplice esprime. L’utilizzo di materiali meno sofisticati in genere rende l’offerta delle mosche valsesiane più attraente e inoltre il pescatore può costruire queste mosche direttamente sul fiume se necessario, visto che non usa morsetti o altri attrezzi che sarebbero solo di intralcio. Non sempre pesanti da affondare sotto il pelo dell’acqua, ma in linea di massima emergenti per effetto delle morbide piume adoperate, producono tutte quelle impressioni che un insetto nel ciclo del suo sviluppo può assumere quando è in acqua. Mosche bagnate quindi ma non sempre, perché quando la schiusa (“la vola” in dialetto valsesiano) compare nel momento della pesca e il moscerino è perfettamente galleggiante e vitale o si posa in acque quasi ferme, il pescatore si adegua e utilizza mosche rese galleggianti dall’uso di piume particolari che di per se stanno in superficie quel tanto che basta ed in più, asciugate all’aria da repentine e frequenti frustate, assumono le caratteristiche di secche. In casi particolari invece è possibile che il pescatore valsesiano utilizzi quello che in dialetto chiamiamo il “muscun”, una corpulenta mosca costruita su un amo piuttosto grosso e robusto che può essere paragonato al moderno streamer. Rappresenta un grosso insetto alato che al calar della notte lambisce le acque del torrente provocando l’inaspettato attacco di una grossa trota, si utilizza pescando da monte a valle per facilitarne l’azione continua controcorrente, mentre normalmente si pesca da valle a monte. Nei prossimi articoli troverete molte altre informazioni sulle mosche e su come sono costruite.


La canna


La canna fissa per la pesca a mosca valsesiana ha una lunghezza che può variare a seconda della necessità, da quattro metri circa fino a quattro metri e cinquanta o poco di più a seconda che si peschi nei torrenti di montagna o nei fiumi più ampi del fondovalle.Ora si utilizzano canne in fibra di carbonio, leggere e pratiche da trasportare, ma colpisce come l'azione dolce e più omogenea delle canne del passato superi ancora largamente quella "nervosa" delle canne moderne. La canna valsesiana originale era composta di tre segmenti,i primi due in canna "dolce" (Arundo Donax) il terzo terminale in bambù o sanguinella. Queste canne erano costruite con un pezzo principale lungo tre metri o poco di più, su cui era innestato un secondo sempre in canna dolce di circa ottanta centimetri, a questo si aggiungeva il terminale sottile e flessibile in bambù o sanguinella di circa quaranta centimetri sottile e flessibile. Le legature negli innesti erano effettuate in corda di canapa e poi passate nella pece (nella foto a fianco un particolare di una legatura) e il tutto una volta terminato si comportava come un pezzo unico, flessibile ma resistente, in grado di consentire la cattura di pesci anche del peso di qualche chilo. Le canne grezze provenivano ai pochi negozi di articoli da pesca per la maggior parte da Montà D'alba, dove un grosso viticoltore ne importava dalla vicina Liguria una gran quantità e selezionava quelle che per lunghezza e qualità erano più adatte alla pesca. Alla pulitura perfetta dei residui dielle foglie, di eventuali nodi, ed alla eventuale raddrizzatura (effettuata inumidendo con uno straccio la parte curva che, scaldata con la fiamma di una candela, cedeva alla pressione della mano assumendo la forma desiderata) i pescatori più esperti provvedevano personalmente. Gli stessi accorgimenti venivano riservati al secondo pezzo, il cannino, un pollone dello stesso tipo di canna. Il cimino di bambù o sanguinella invece era raccolto in loco, tagliato durante l'inverno in fase di luna calante e fatto essicare all'ombra.