La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

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Il primo club


Gli attrezzi di Moretto; il primo club di pesca a mosca in Italia (di Marco Baltieri).

La canna utilizzata da Moretto (e che poi Gonetto riprodurrà in innumerevoli esemplari) era una tipica valsesiana in tre pezzi, costruita in canna di Nizza (Arundo donax), tranne la parte superiore del cimino che era in bambù nero innestato e fermato con una legatura. La struttura in tre pezzi, con l’intermedio più corto (il calcio di 140-160 cm, l’intermedio di 115-120 cm, il cimino di nuovo di circa 150 cm), secondo Gonetto, serviva a rendere più rigido l’insieme, e Andrew N. Herd, storico inglese della pesca a mosca, nota che questa è molto simile alle canne del quindicesimo secolo e sicuramente, come la canna descritta nel Treatyse (il riferimento è al famoso testo inglese della fine del XV secolo) la canna italiana è in tre pezzi. In anni successivi, Moretto produrrà anche delle telescopiche di conolon, considerate però inferiori, in quanto troppo “morbide” e quindi meno adatte alla tecnica della valsesiana. Tutte la canne di Moretto erano marcate con una scritta a mano (Cerovetti Luigi – Moretto) o con un adesivo giallo (Moretto – C.L. Torino); quelle in canna di Nizza erano abbellite da caratteristiche legature di seta rossa ai punti di innesto dei diversi pezzi. Le “code” di Moretto erano rigorosamente di crine di cavallo, di colore chiaro, rastremate scalando il numero dei fili, i diversi pezzi annodati tra loro, costruite interamente a mano, senza l’uso di strumenti particolari; questa tecnica costruttiva era d’altra parte molto diffusa in quegli anni, tanto da suscitare lo stupore di Andrew N. Herd, che nota come lenze come queste possono ancora essere acquistate ad un prezzo piuttosto basso presso i rivenditori locali; e ancora lo stesso autore osserva che il crine di cavallo sembra una cosa abbastanza anacronistica al giorno d’oggi, ma non fatevi ingannare, anch’esso ha le sue virtù: è rigido, leggermente elastico, quasi trasparente e si lancia benissimo, spiegando così molto bene la sopravvivenza di queste code negli anni del dominio del sintetico. Il “treno” di tre mosche che usava Moretto era di solito costituito da una mosca blu di punta, da una rossa intermedia e da una gialla che lavorava a galla; la spiegazione era che la prima, la blu, affondando di più, necessitava di un colore più scuro (qualche volta anche verde); le trote che stanno a mezz’acqua sono attirate dalla rossa; la gialla in superficie perché imita di più gli insetti in schiusa, soprattutto d’estate. Le penne utilizzate erano di solito (come ebbe a dichiarare lo stesso Moretto) di beccaccia, in primavera e autunno, quelle di fagiana e pernice, in estate (le piume di merla venivano invece usate per le mosche da temolo). Le mosche che usava Moretto le faceva la moglie Vittoria (un grande pescatore sembra sempre avere alle spalle una donna che, un po’ nell’ombra, produce piccoli capolavori di seta e di piume). Le mosche della “ditta Moretto” avevano un marchio di fabbrica inconfondibile, che ci permette di riconoscerle ancora oggi al primo sguardo quando rispuntano da una scatola dimenticata in qualche cassetto. Le hackles venivano montate “al contrario”, verso il filo (non si usavano ami ad anello), sovrapponendo gli avvolgimenti di seta del corpo alla base delle piume. Le hackles erano disposte in modo molto accentuato in questa forma perchè, in pesca, quando le mosche tagliavano la corrente e venivano richiamate, si aprivano e si chiudevano a seconda della trazione che le davi, con una irresistibile pulsazione; la corrente non chiudeva mai le hackles sul corpo, in modo da dare sempre un po’ di vita all’imitazione. Questa è forse la maggiore differenza tra le mosche della tradizione piemontese e gli spider della tradizione inglese, che sono fatti tutti con le hackles disposte verso la curvatura dell’amo. Secondo Gonetto la differenza sta anche nel tipo di pesca: Moretto non ha mai pescato a sommersa, sempre ad “annegata”, lui lanciava, lasciava andare un po’ giù, poi bloccava la canna, faceva tagliare la corrente alle mosche e, infine, richiamava contro corrente; in questo modo, già quando tagliava la corrente le mosche lavoravano subito, gli dava una pulsazione delle hackles e, se lo facevi nel modo giusto, vedevi le trote che salivano come se venissero a prendere una mosca secca; prendevano anche in corrente, qualche volta in mezzo alla corrente. Era proprio una tecnica particolare, che bisogna capire; ma quelli che pescano all’inglese non sempre la capiscono, perché è proprio un’altra pesca, un’altra attrezzatura. In Inghilterra la sommersa la fanno anche con le code affondanti, leggermente affondanti ma affondanti, a discendere, richiamando contro corrente, a mezz’acqua, e questi spider, ad esempio la Partridge & Orange, hanno le hackles che si incollano al corpo e imitano più una ninfetta a mezz’acqua. Invece Moretto insegnava a far lavorare le mosche più a galla, al massimo qualche centimetro sotto, tanto che tu potevi vedere benissimo le trote che salivano, anche in corrente; la definirei una tecnica “demi-sec”. Come ho detto sopra, Luigi Cerovetti è una figura di passaggio, che collega il fascino della tradizione valsesiana, fatta di gesti eleganti, di abilità e di efficacia, a un nuovo tipo di socialità e di mobilità sul territorio, tipica del secondo dopoguerra. A partire dal 1946 raccoglie intorno a sé un folto gruppo di appassionati che si costituiscono come Club Morettiani Pescatori a Mosca (affiliato alla FIPS nel 1956), con ogni probabilità il primo raggruppamento di moschisti in Italia(qui sotto una foto di gruppo con al centro Moretto), già nel nome legato al ruolo carismatico del fondatore e, quindi, custode della tradizione valsesiana. L’attività del Club è subito intensa, fatta di tanti incontri domenicali occasionati dalle gare (dove si incontrano inglesi e valsesiane), sempre coronati, nella trattoria vicino al fiume, dalle lunghe tavolate riempite dai famigliari dei pescatori appartenenti ai quattro o cinque sodalizi che in quegli anni si erano formati (i Morettiani, il CIPM, l’Amo d’Oro, i moschisti di Ivrea e di Biella). Moretto, pur avendo una intensa attività di artigiano, è soprattutto un pescatore e non apre mai un negozio (Gonetto ricorda che un grosso magazzino torinese di sport gli aveva offerto di curare il settore pesca, ma che poi la sua scarsa assiduità aveva fatto andare a monte il progetto). Con i Morettiani assistiamo, di fatto, all’eclisse della valsesiana tradizionale: la tecnica inglese si va diffondendo e conquista sempre di più gli appassionati; nelle gare di pesca a mosca vengono messe delle limitazioni in fatto di attrezzatura, escludendo, le lunghe canne senza mulinello (per altro spesso ormai di fibra di vetro); nascono addirittura delle forme ibride, come la “anglo-valsesiana”, una canna lunga e flessibile, ma dotata di anelli e mulinello. Sul mensile della Sezione torinese della FIPS, “Il pescasportivo piemontese”, viene pubblicato nel febbraio del ’67 un interessante confronto tra il nostro Moretto e Cesare Martini, istruttore del CIPM e apprezzato artigiano costruttore di canne, lenze e mosche. Tutti e due rivendicano il loro radicamento nelle tradizioni regionali. Per Martini i miei maestri furono quei stupendi pescatori di S. Mauro Torinese che adottavano il classico tipo di pesca a mosca alla “piemontese” con una canna lunga circa 6 mt. a cui veniva fissata una lenza in crine di cavallo lunga 15-18 mt.; mentre Moretto afferma di aver sempre pescato a mosca; fin da bambino nella Valsesia dove sono cresciuto osservavo quei bravissimi pescatori che sono i valsesiani e da loro appresi tutti quei segreti. Nel confronto tra i due sistemi, inglese e valsesiano, Martini ritiene il primo più adatto psicologicamente al mio temperamento di sportivo, mentre per Moretto nei torrenti di montagna è molto più redditizia la valsesiana. Il confronto prosegue analizzando le differenze tra le due tecniche nel lancio, nella passata e nella ferrata, spingendosi poi a considerazioni molto moderne sulla necessità di limitazioni drastiche alle tecniche di pesca e al numero di catture e auspicando la creazione di percorsi riservati alla mosca. Finisco con una breve considerazione: in una situazione come quella attuale, in una realtà fatta di “pescatori senza fiumi e fiumi senza pescatori”, in tempi simili è possibile pensare che la semplicità, la povertà di una valsesiana possano ancora essere uno spunto di riflessione? È possibile riprendere ad “ascoltare” i pescatori dei tempi passati? Che, forse, non hanno più nulla da insegnarci, ma che, sicuramente, si augurano di poterci di nuovo accompagnare lungo le rive dei “nostri” fiumi.

Questa piccola storia della pesca a mosca a Torino non avrebbe potuto essere scritta senza l’aiuto e le testimonianze di Adriano Cerovetti e di Renato Gonetto, che ringrazio ancora una volta. Chi fosse interessato a leggere una versione più estesa e approfondita la può trovare (in quattro puntate e con molte immagini fotografiche) sulla rivista “Fly Line – Ecosistemi fluviali”, numeri 1, 2, 3, 4 del 2010; ringrazio il direttore, Roberto Messori, per la riproduzione di parte del testo. L’autore sarebbe felice di ricevere correzioni, precisazioni e aggiunte a quanto scritto e si raccomanda di non disperdere attrezzi, testimonianze, foto, giornali, ecc. che potrebbero essere utili per ricostruire la storia della pesca (non solo a mosca) in Italia. Per contatti: Marco Baltieri, tel 0121 91 810, mail unclebalt@yahoo.it


L'arte e la pesca a mosca


Sappiamo che la pesca a mosca Valsesiana è una tecnica di pesca molto antica e che ci è stata tramandata esclusivamente per via orale come molte delle tradizioni che facevano parte della cultura popolare di un tempo, ma quanto è antica? La risposta è stata trovata in mano ad un santo, San Zeno, nella pala dell'altare della parrocchia di Borso del Grappa in Veneto. Non vi nascondo che quando ho visto per la prima volta l'affresco di Jacopo da Ponte del 1538 ho fatto un balzo sulla sedia! Non credevo ai miei occhi, il santo regge una canna con una lenza in crine bianco che termina con una moschetta , ad una delle mosche è appeso un temolo e le altre che penzolano dalla sua mano, oltre ad essere del tutto simili alle valsesiane, sono legate esattamente come quelle che utilizziamo oggi con la stessa lunghezza dei braccioli e alla stessa distanza l'una dall'altra!Notate che il santo è rappresentato con un temolo altra conferma del fatto che proprio la pesca dei temoli doveva essere il motivo che spingeva i pescatori a dedicarsi alla pesca a mosca perchè le trote avrebbero potuto prenderle con numerosi altri sistemi. Questa scoperta ha dimostrato come in molte delle vallate dell'arco alpino si pescava a mosca fin dal 1500 e che queste tecniche che avevano ciascuna dei tratti distintivi che le identificavano, erano comunque simili tra loro. Oltre a questo sapppiamo che nel Treatyse il famoso testo del 1486 troviamo le indicazioni per costruire una canna in tre sezioni del tutto somigliante alla canna per la valsesiana in uso fino ad oggi. Dopo queste scoperte mi sono chiesto se fra le centinaia di affreschi presenti nelle chiese e negli edifici sacri di tutta la Valsesia, non fosse possibile trovare una rappresentazione simile a quella di Jacopo da Bassano. Forse sono stato fortunato, ma ecco che le mie ricerche appena iniziate sembrano subito avere successo, fra gli affreschi del seicento sui muri della cappella delle tentazioni di Cristo al Sacro Monte di Varallo, trovo una scena di pesca dove si vedono alcuni pescatori sulle rive di un fiume nell'atto di pescare, quello sulla destra sembra avere una cavagnola che gli pende dalla schiena.Gli affreschi sono ad opera di Melchiorre D'Enrico fratello del famoso Tanzio da Varallo considerato il Caravaggio delle alpi. Sul portale che immette sul sagrato della parrocchia di Boccioleto in Val Sermenza, ecco invece spuntare San Pietro che regge due temoli appesi ad un filo alla mano destra, l'opera settecentesca si rifà all'originale di Antonio Orgiazzi e ancora una volta il temolo è considerato un pesce pregiato al punto da essere rappresentato in mano ad un santo.(tutte queste foto si possono ingrandire nella galleria delle immagini dedicate alla storia)Insomma possiamo dire che la pesca a mosca ha una lunghissima tradizione in Italia e le opere d'arte sono lì a ricordarcelo ,come è accaduto per molte altre cose siamo stati bravi ad assimilare ciò che arrivava dall'estero ma non possiamo cancellare la storia che ci appartiene e qui in Valsesia, se volete, è ancora possibile ritrovare una tecnica che ha saputo resistere al passare del tempo e si ripropone come una validissima alternativa in grado di regalare grandi soddisfazioni a chi ci si vorrà dedicare.