La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

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Valsesiana e tenkara




Tempo fa sono stato contattato da un ragazzo giapponese di nome Ryuta Okano che vive e lavora a Milano e pesca col metodo tradizionale tenkara, il suo maestro Sakakibara Masami gli aveva segnalato che in Italia esiste un antico metodo di pesca a mosca molto simile al loro e tramite internet ci siamo conosciuti e tenuti in contatto. La scorsa settimana Ryuta insieme a Davide Muceni un altro appassionato italiano di tenkara sono venuti in Valsesia e si sono recati a pescare sul Sermenza accompagnati dall'amico Marco Veziaga , io li ho raggiunti lì nel pomeriggio e come si vede dal filmato allegato sotto una pioggia fine ma fitta finalmente ci siamo conosciuti di persona. E' stato una sorta di gemellaggio fra le nostre due tecniche simili anche se nate ai lati opposti del pianeta e anche l'occasione per capire in cosa si differenziano. Una cosa è certa sono entrambe nate per necessità ed è stato fantastico quando durante una pausa in una osteria per una birra a Boccioleto, ho potuto far conoscere ai nostri amici Federico Conti un pescatore di quasi ottant'anni che in passato si procurava da vivere con la pesca a mosca valsesiana. (foto a sotto)


In serata ci siamo spostati sul Sesia e quì ho potuto provare la tenkara e a mia volta spiegare la valsesiana ai nostri amici, nella tenkara una canna morbidissima e un poco più corta delle nostre lancia una lenza leggerissima in fluorocarbon alla quale è legato un finale con una sola mosca. Nella valsesiana invece la canna è più lunga è più rigida soprattutto nella parte inferiore perchè deve lanciare una lenza in crine intrecciato che porta un trenino di tre o al massimo quattro mosche con estrema precisione e rapidità e permetterne il controllo e il sostegno a galla durante la passata. Ryuta è rimasto colpito di come la lenza valsesiana posi con delicatezza le mosche nonostante il suo peso decisamente più elevato rispetto al fluorocarbon , ma mi ha detto che in passato ( alcuni pescatori ancora oggi) anche i giapponesi usavano lenze in crine intrecciato e me ne ha mostrata una fatta nel suo paese molto simile alle nostre in effetti, l'uso del fluorocarbon ha permesso la diffusione su larga scala di questa tecnica che fino a una decina di anni fa era poco conosciuta. Le passate nella tenkara sono molto brevi circa un metro un metro e mezzo e ripetute e la mosca può essere una secca che lavora a galla come o una sommersa fatta lavorare appena sotto, in questo caso visto che non si vede la bollata il pescatore cerca di scorgere il pesce che mangia sott'acqua o se non è possibile ferra quando sente l'abboccata sulla canna.
Anche nella valsesiana se proprio a galla non viene nulla il pescatore può far lavorare le mosche sotto lasciandole affondare leggermente e la ferrata avviene nello stesso modo, ma io preferisco non utilizzare mai questo sistema perchè amo vedere il pesce venire sù a rompere la superficie dell'acqua.

In ogni caso queste due tecniche sono entrambe micidiali in torrente e proprio Ryuta mostrandoci una rivista di pesca giapponese ci ha fatto notare come i torrenti della sua madrepatria siano simili ai nostri in Valsesia (un indizio sul perchè siano due tecniche così simili) le trote da loro in genere non superano i trenta centimetri e solo in casi eccezzionali arrivano a quaranta e forse anche per questo la loro canna può essere così sottile. La tenkara si sta diffondendo in tutto il pianeta e i nostri amici dal Giappone ci hanno dimostrato come sia possibile far appassionare le persone ad una pesca a mosca senza mulinello, più semplice ma anche molto divertente e se non bastasse anche molto efficace ora tocca a noi italiani che peschiamo così da secoli seguirne l'esempio non vi pare?
Durante la pausa per una birra a Boccioleto ho costruito una mosca per i nostri amici naturalmente senza morsetto che per noi valsesiani è più un impiccio che un aiuto, nel video qui sopra potete vedere come un pezzo di seta e una piuma siano più che sufficenti per fare le valsesiane che sono efficacissime in torrente, il luogo dove potete riprodurre direttamente mentre state seduti su di un sasso l'artificiale che vi serve o che avete perduto e questo è un altro vantaggio che i pescatori che vorranno avvicinarsi a questa tecnica credo apprezzeranno.


Marziale in Valsesia


Le mie ricerche di qualche testimonianza riferita alla pesca a mosca nei numerosi affreschi sparsi per tutta la Valsesia questa volta mi hanno portato a scoprire qualcosa di davvero singolare, che ci avvicina a capire quanto sia antica questa tecnica in Italia e in Valsesia in particolare. Il dipinto che vedete nella foto a fianco è stato da me fotografato sulle pareti dell’ossario, datato 1730, adiacente alla parrocchia di Rimella, un paese di origine walser, a 1176 m.s.l.m. Rappresenta un ragazzo nell’atto di salpare un pesce ed è stato realizzato da Carlo Bartolomeo Borsetti (1698 - 1759). La cosa più straordinaria è la frase in latino che accompagna la raffigurazione perchè è la prima citazione storica in assoluto della pesca a mosca e quì devo ringraziare l'amico Marco Baltieri senza il quale non avrei saputo tradurla e capirne il significato. La parte superiore (tibi dabo) è una citazione dall'evangelista Matteo e si riferisce a San Pietro, patrono dei pescatori, naturalmente. Le parole fanno parte della famosa frase che è considerata dalla Chiesa cattolica un po' l'atto di nascita di se stessa: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Caelorum (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e ti darò le chiavi del regno dei Cieli). La seconda parte (riferita alla prima in quanto si tratta sempre di "dare" qualche cosa) è invece una citazione dagli Epigrammi di Marziale (V,18) (imitantur hamos dona), riportata sia da Andrew Herd (The Fly) che da Renzo Dionigi (Anelli sull’acqua) e da ambedue considerata la prima citazione in assoluto della pesca a mosca. La citazione completa è: imitantur hamos dona: namque quis nescit avidum vorata decipi scarum musca? che, nella traduzione di Dionigi (Anelli sull'acqua, pag. 43) suona così: i doni son come ami: chi non sa che l'avido labro è vittima della mosca che ha divorato? Marziale visse tra la fine del I secolo e l'inizio del II dopo Cristo e questa sua citazione è stata spesso usata negli "emblemi", le rappresentazioni pittoriche che uniscono una figura a un motto "filosofico". Il primo ad essersi accorto della citazione di Marziale pare essere stato (a detta di Renzo Dionigi) William Radcliffe (Fishing from the Earliest Times, London 1921, pag. 193). Dunque, per la prima volta in Valsesia è stata ritrovata la raffigurazione di una scena di pesca con un riferimento preciso, anche se di tipo letterario, alla pesca a mosca. Anche questa è una ulteriore dimostrazione che, già nei secoli passati, la pesca a mosca faceva parte della cultura materiale della Valsesia, tanto da essere raffigurata in un luogo sacro e di meritare anche una citazione classica.