La pesca a mosca valsesiana è il tradizionale e antico metodo di pesca a mosca tipico della Valsesia, una valle ai piedi del Monte Rosa nelle alpi Nord Occidentali Italiane.
Una semplice canna fissa , una lenza in crine di cavallo intrecciato, un trenino di mosche essenziali e molta abilità da parte del pescatore, sono ancora oggi il cuore di questa tecnica elegante ed efficace allo stesso tempo.
Il sito è un invito a conoscere questa pesca e il modo di “leggere” l’ambiente acquatico che si acquisisce con essa, direttamente dai pescatori valsesiani che ancora la praticano.

La storia

Marziale in Valsesia


Le mie ricerche di qualche testimonianza riferita alla pesca a mosca nei numerosi affreschi sparsi per tutta la Valsesia questa volta mi hanno portato a scoprire qualcosa di davvero singolare, che ci avvicina a capire quanto sia antica questa tecnica in Italia e in Valsesia in particolare. Il dipinto che vedete nella foto a fianco è stato da me fotografato sulle pareti dell’ossario, datato 1730, adiacente alla parrocchia di Rimella, un paese di origine walser, a 1176 m.s.l.m. Rappresenta un ragazzo nell’atto di salpare un pesce ed è stato realizzato da Carlo Bartolomeo Borsetti (1698 - 1759). La cosa più straordinaria è la frase in latino che accompagna la raffigurazione perchè è la prima citazione storica in assoluto della pesca a mosca e quì devo ringraziare l'amico Marco Baltieri senza il quale non avrei saputo tradurla e capirne il significato. La parte superiore (tibi dabo) è una citazione dall'evangelista Matteo e si riferisce a San Pietro, patrono dei pescatori, naturalmente. Le parole fanno parte della famosa frase che è considerata dalla Chiesa cattolica un po' l'atto di nascita di se stessa: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam et tibi dabo claves regni Caelorum (Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e ti darò le chiavi del regno dei Cieli). La seconda parte (riferita alla prima in quanto si tratta sempre di "dare" qualche cosa) è invece una citazione dagli Epigrammi di Marziale (V,18) (imitantur hamos dona), riportata sia da Andrew Herd (The Fly) che da Renzo Dionigi (Anelli sull’acqua) e da ambedue considerata la prima citazione in assoluto della pesca a mosca. La citazione completa è: imitantur hamos dona: namque quis nescit avidum vorata decipi scarum musca? che, nella traduzione di Dionigi (Anelli sull'acqua, pag. 43) suona così: i doni son come ami: chi non sa che l'avido labro è vittima della mosca che ha divorato? Marziale visse tra la fine del I secolo e l'inizio del II dopo Cristo e questa sua citazione è stata spesso usata negli "emblemi", le rappresentazioni pittoriche che uniscono una figura a un motto "filosofico". Il primo ad essersi accorto della citazione di Marziale pare essere stato (a detta di Renzo Dionigi) William Radcliffe (Fishing from the Earliest Times, London 1921, pag. 193). Dunque, per la prima volta in Valsesia è stata ritrovata la raffigurazione di una scena di pesca con un riferimento preciso, anche se di tipo letterario, alla pesca a mosca. Anche questa è una ulteriore dimostrazione che, già nei secoli passati, la pesca a mosca faceva parte della cultura materiale della Valsesia, tanto da essere raffigurata in un luogo sacro e di meritare anche una citazione classica.


Insieme sul Po.


Insieme sul Po:Valsesiane, piemontesi e inglesi a Torino (di Marco Baltieri).

Torino è stata, a partire dall’Ottocento, una delle capitali delle diverse discipline sportive e, tra queste, rientravano anche la caccia e la pesca. A Torino aveva sede la filiale italiana della più prestigiosa casa produttrice di attrezzature da pesca, l’inglese Hardy, il cui titolare, Emanuele Turin (1890-1951), era spesso chiamato a fare da accompagnatore e a dare “lezioni” di pesca al re e alla regina nelle tenute di Pollenzo e San Rossore e nei torrenti di Valdieri e Entracque. Il catalogo Hardy metteva a disposizione (ovviamente per un pubblico d’élite) tutti gli attrezzi tipici dell’arte del fly-fishing e forniva anche modelli di comportamento e di “stile” sportivo provenienti direttamente dalla tradizione britannica. La pesca “per diletto” si sviluppò accanto ad altre forme più utilitaristiche di prelievo di pesci dai fiumi e dai laghi: c’era la pesca “alimentare” (fatta da tutti, in campagna, per integrare un’alimentazione di solito povera) e quella “professionale” (fatta dai “tecnici” del settore, soprattutto nei laghi e nei corsi d’acqua più grandi, per rifornire i mercati locali). La pesca “sportiva”, proprio perché più specializzata e ritualizzata (come tutti gli altri sport) era spesso praticata con tecniche e attrezzature di importazione (soprattutto inglesi e francesi), ma poteva anche svolgersi con tecniche “analoghe” riprese dalle tradizioni locali, soprattutto quando queste presentavano dei caratteri di accentuata somiglianza con i “modelli” transalpini. È il caso, in particolare per Torino e il Piemonte, della pesca a mosca che, in questo territorio, aveva conservato vitali le forme del passato. L’incontro e la convivenza, per un periodo piuttosto lungo, della pesca “all’inglese” con quella “alla piemontese” e “alla valsesiana” è un caso abbastanza eccezionale, che merita di essere ricordato. In particolare, a Torino, l’incontro delle due tradizioni (quella “inglese”, d’importazione, e quella locale, radicata ancora nelle campagne e nelle valli alpine) avviene nel momento in cui le “guide” locali portano i “signori” a pescare. Le “guide” locali erano di solito di estrazione popolare, ben radicati nel territorio rurale o montano (da cui spesso provenivano), portatori della memoria delle tecniche e delle tradizioni regionali. Quindi non solo accompagnavano i “signori” sul fiume, non solo li aiutavano a districarsi nelle difficoltà della pesca, ma erano anche in grado di proporre un loro sapere tecnico proveniente dal passato e dotato di una “dignità” almeno pari a quella dei più sofisticati attrezzi britannici. In questo modo si verificò quell’inedito incontro tra le canne di refendù e le code di seta della pesca a mosca “all’inglese” e le più rustiche “valsesiane” e “piemontesi”, con le loro lunghe code di crini di cavallo ritorti e annodati. Sergio Perosino (1925-2000, figura di spicco della FIPS sia torinese che nazionale), nel suo Pesci, esche, lenze (pubblicato dall’editore torinese Viglongo nel 1955) descrive con una certa precisione le due tecniche, “piemontese” e “valsesiana”, distinguendole dalle “pesche sportive classiche”, tra cui la mosca secca e quella “annegata”. Il Piemonte – dice Perosino – può vantare gli unici due sistemi italiani di pesca alla mosca che sono parenti stretti dei classici sistemi inglesi: la “valsesiana” e la “piemontese”. Ricordiamo con Perosino le caratteristiche distintive delle due tecniche. La “moschera alla valsesiana” è in uso, da tempo immemorabile, nelle vallate del Piemonte settentrionale, e può essere definito il più sportivo tra i sistemi di pesca originari del nostro Paese, superiore, secondo Perosino, alla “piemontese”, in quanto si esercita con attrezzi più leggeri e con tecnica più elegante. Questa tecnica si pratica con una speciale canna in materiale semplice e leggero (la “canna di Nizza”, come si diceva in Piemonte; Arundo donax, per usare il termine scientifico) con un cimino in bambù molto flessibile, della lunghezza totale di metri 4,20-4,50. Tale canna è dotata di una coda di topo in crini di coda di cavallo intrecciati, della lunghezza di 25-35 centimetri annodati serie a serie; il termine inferiore di questa speciale lenza porta una pastura (un finale) di 4 o 5 mosche assicurate su circa un metro di nylon (prima erano crini o racine) del diametro di 15-20 centesimi. La lenza in coda di topo sarà lunga metri 3,80 per una canna di metri 4,50 per cui la montatura, completa di moschera, supererà la lunghezza dell’attrezzo di 30 centimetri. Le mosche – continua Perosino – sono di un tipo un poco diverso da quelle che si usano comunemente; i valsesiani preferiscono mosche piccole, con gambetto breve, quasi sempre di colori poco vivaci; esse sono generalmente ricche di corpo e povere di hackle in modo che, cadute nell’acqua, si immergano nella corrente, funzionando praticamente come delle mosche annegate. Talvolta, specialmente nella stagione estiva, i valsesiani usano moschette più ricche di hackle perché la trota (alla quale detto sistema è consacrato) abbocca, nella stagione estiva, più facilmente a galla. Perosino continua poi con un’accurata descrizione della tecnica di lancio, indicando anche le principali differenze rispetto alla tecnica “inglese” (ad esempio il fatto che la coda di topo è quasi sempre sollevata dall’acqua, in modo da far lavorare in superficie solo le mosche e il finale. Si aggiunge poi che la valsesiana si rivela estremamente fruttuosa per la pesca al temolo e che, in giornate particolarmente difficili, può rivelarsi l’unico sistema con il quale si può catturare qualche salmonide. La “moschera alla piemontese” (è sempre Perosino che scrive) si differenzia dal precedente sistema per la maggior proporzione degli attrezzi. In Piemonte sono documentate anche altre tradizioni locali che comportavano l’uso di mosche artificiali, come la “biellese” (con canne da 3 metri e lenze lunghe anche 6 metri) e la “ossolana” (in Val d’Ossola si sviluppò addirittura una piccola produzione “meccanizzata” di mosche). Alcune delle “guide” di cui abbiamo parlato erano, oltre che abilissimi pescatori, anche fabbricanti di attrezzi da pesca, con un’attività “a tutto campo” legata alla pesca sportiva che li rendeva in grado di mantenere con questa anche la loro famiglia. Un caso tipico, per il periodo precedente il secondo conflitto mondiale, è quello di Raffaele Antonietti (1875-1963), meglio conosciuto in quanto su di lui abbiamo alcune testimonianze e documenti, oltre a una serie di materiali raccolti in un piccolo spazio museale allestito nella sede della Società Pescatori Sportivi Val Pellice, in Provincia di Torino. Una delle specialità di Antonietti era la costruzione delle mosche artificiali per pescare con la moschera (nei sistemi “piemontese” o “valsesiano”), collegata ad una “coda” di crini di cavallo bianco e con un finale di racine. Venivano anche elaborati dei modelli speciali su richiesta di singoli pescatori (come la “mosca Gromis” per il marchese Melchior Gromis di Trana (1894-1978), una delle figure tipiche della pesca torinese anteguerra). Le musche d’ Tuniét rimasero a lungo nella memoria dei pescatori di Torino e del circondario (ne vediamo un bell'esempio nella foto a fianco).

Questa piccola storia della pesca a mosca a Torino non avrebbe potuto essere scritta senza l’aiuto e le testimonianze di Adriano Cerovetti e di Renato Gonetto, che ringrazio ancora una volta. Chi fosse interessato a leggere una versione più estesa e approfondita la può trovare (in quattro puntate e con molte immagini fotografiche) sulla rivista “Fly Line – Ecosistemi fluviali”, numeri 1, 2, 3, 4 del 2010; ringrazio il direttore, Roberto Messori, per la riproduzione di parte del testo. L’autore sarebbe felice di ricevere correzioni, precisazioni e aggiunte a quanto scritto e si raccomanda di non disperdere attrezzi, testimonianze, foto, giornali, ecc. che potrebbero essere utili per ricostruire la storia della pesca (non solo a mosca) in Italia. Per contatti: Marco Baltieri, tel 0121 91 810, mail unclebalt@yahoo.it